3 maggio 2025

Giordania

Giordania

Il mio viaggio in Giordania non è cominciato all’aeroporto di Amman, ma mesi prima in macchina, in una giornata d’inverno. Stavo andando a sciare con un amico, ma la verità è che non avevo nessuna voglia di sciare ma ogni scusa era buona per riempire il tempo. Guidavo io, e mentre facevo le curve tra i tornanti piangevo. Ho pianto pochissime volte nella mia vita tanto più davanti a qualcuno, ma quel periodo faceva eccezione.

È lì che il mio amico mi dice: “Parti, vai lontano, rimetterti in carreggiata e conosci persone nuove”.

Passano le settimane e quella frase continua a tornarmi in mente… poi finalmente decido. Tra tutte le possibili destinazioni scelgo la Giordania. Non so bene perché: forse per Petra, forse per il deserto, forse per Indiana Jones, forse solo per sentire che stavo davvero andando lontano.

E così, un giorno, mentre ero su un Frecciarossa diretto a Firenze (treno che tra l’altro mi avrebbe fatto conoscere una persona speciale, ma ancora non lo sapevo), prenoto il volo. Ormai è deciso: partirò


Milano Malpensa, giorno 0. Decido di partire con un giorno di anticipo rispetto al programma organizzato per potermi godere un po’ della capitale fin da subito, da solo. In realtà scopro presto che non ero l’unico con questa brillante idea e così, già al primo caffè, conosco alcuni dei miei futuri compagni di viaggio. Tutti fin da subito delle belle persone, ognuno con i suoi motivi — diversi, ma ugualmente intensi — per trovarsi lì, in quell’aeroporto con uno zaino enorme in spalla, da soli.

Io e il nostro gruppo ridotto atterriamo ad Amman molto tardi, quindi andiamo subito a dormire. La città, per quel poco che ho visto dal taxi, sembra un casino totale. Giusto una tappa a ritirare i soldi locali e a fare una e-sim con il tassista.

Ore 4:00, un canto strano proviene dagli autoparlanti in strada. E’ solo la prima delle n volte che sentiremo le preghiere notturne. Un po’ inquietante ma ci si fa l’abitudine devo dire.

Con il mini gruppo (tre persone arrivate il giorno prima come me) decidiamo di andare a Jarash, a due ore di taxi da Amman. La capitale l’avremmo visitata più avanti con il tour, mentre Jarash era esclusa, quindi aveva più senso dedicare la giornata extra a qualcosa che non avremmo visto.

Jarash è una di quelle sorprese che non ti aspetti: una città romana perfettamente conservata nel mezzo della Giordania. È incredibile vedere quanto sia estesa e curata, con un foro enorme, archi maestosi e un teatro che ancora oggi ospita spettacoli. Ha un nonchè di Pompei, ma siamo molto lontani dall’Italia.

Ritornati in albergo dopo un tragitto con un tassista completamente fuori di testa, ci siamo preparati per la cena. Quella sarebbe stata la prima occasione per incontrare il resto del gruppo: finalmente stava per cominciare il vero e proprio viaggio.

Non mi dilungherò troppo sugli aspetti del viaggio di gruppo o sulle persone in sé. È vero: l’aspetto umano e il legame che si è creato con i compagni di viaggio sono stati fondamentali e bellissimi. Ma in questo racconto voglio rimanere sulla Giordania, più che sull’esperienza collettiva. Non c’è dubbio però che la comapgnia sia stata essenziale.

Giorno 1 – Wadi Mujib, Mar Morto

La prima vera giornata del tour inizia con una meta che sembra uscita da un videogioco: il Wadi Mujib. È un canyon spettacolare, scavato dall’acqua, che si esplora camminando tra rocce altissime e acqua che arriva a volte fino alla vita. Un percorso fisico, divertente e inaspettatamente intenso. Ma è impossibile non sorridere mentre si risale il fiume, tra cascate e pareti che si stringono sopra la testa.

Dopo il canyon, il programma vira sull’opposto: relax totale sulle rive del Mar Morto. Un posto particolare, e non solo per la fama turistica: siamo 400 metri sotto il livello del mare, il punto più basso della Terra accessibile senza dover scavare.

Qui eravamo al livello del mare, ma lontani ancora 18km dall’acqua più salata della terra.

L’acqua ha un livello di salinità talmente alto — dieci volte quello del Mediterraneo — che galleggiare diventa inevitabile e la sensazione è davvero stranissima.

L’acqua ha una consistenza stranissima, oleosa quasi, densa. Ti muovi a rilento, ogni gesto sembra rallentato, e galleggi senza sforzo. Anche camminare è difficile, sembra di avere dei salvagenti sotto i piedi che ti spignono in alto, e le gambe si alzano da sole.

Ma mentre me ne sto lì sospeso, sono abbastanza sicuro (e non solo io) di aver sentito degli strani suoni ovattati venire da lontano. Rumori sordi, indistinti, che si perdono nell’aria calda. E in effetti, a pensarci bene, i chilometri che ci separavano dalla Palestina non erano molti, e quello era un periodo piuttosto caldo per la regione. Una sensazione strana, straniante: da una parte la leggerezza surreale di galleggiare senza sforzo in quest’acqua impossibile, dall’altra la consapevolezza di trovarsi a pochi chilometri da un confine dove la realtà era tutt’altro che leggera. Due mondi paralleli, separati da una manciata di chilometri e da tutto il resto.

Il roaming più costoso della mia vita

E così, il giorno 1 si conclude con una cena tipica molto buona, con costumi e balli locali tutti insieme (con mio relativo disappunto su questi ultimi, ma tant’è — il cringe collettivo fa parte del pacchetto). È il primo giorno e mi sembra di conoscere tutti da una vita. Strano come funziona: metti insieme un gruppo di sconosciuti, aggiungici un canyon, il Mar Morto e la condivisione forzata di un minibus per ore, ed ecco che nascono dinamiche che normalmente richiederebbero mesi. Non so se sia merito dell’ambiente, della stanchezza o semplicemente del fatto che quando sei lontano da casa le difese si abbassano più in fretta. Forse tutte e tre.

Giorno 2: Da i castelli giordani a Little Petra

Il secondo giorno inizia con una tappa al Monte Nebo, famoso per essere il luogo dove Mosè, secondo la tradizione biblica, vide la Terra Promessa prima di morire senza poterci mai entrare… che sfiga. Dal monte, nelle giornate limpide, si vedono effettivamente Gerusalemme e la Valle del Giordano: la famosa Terra Promessa che, spoiler, Mosè non ha mai calpestato. Un po’ tragico, un po’ poetico.

Ed è presente anche un ulivo piantato da Papa Benedetto XVI durante la sua visita nel 2000 — l’unico papa che io abbia mai visto dal vivo, tra l’altro. Bella coincidenza ritrovarsi davanti al suo albero in mezzo alla Giordania, a migliaia di chilometri da casa. Piccolo il mondo, anche quando cerchi di andare lontano.

Tra tappe per vedere i mosaici, pranzo tipico e cori da stadio nel pullmino — perché evidentemente a trent’anni siamo regrediti alle gite delle medie — ci dirigiamo verso Little Petra. Che non è Petra, ma quasi. È più little, appunto. Il nome non mente.

Intanto il panorama è mozzafiato e vorrei tanto avere la mia moto per percorrere queste strade infinite, lunghissime, con questi curvoni nel nulla e ovviamente per niente trafficate. Qui un bel quattro cilindri ci starebbe benissimo: strade deserte che si snodano tra canyon e rocce rosse, curve ampie e visibilità infinita. Un sogno per chi ama le due ruote, una tortura per chi può solo guardarle dal finestrino di un pullmino.

Arriviamo poi a Little Petra, che lì per lì sembrava una cosa fighissima — canyon scavati nella roccia, tombe nabatee, colori incredibili — ma dopo aver visto Petra la sera e il giorno giorno dopo, beh, diciamo che non ci dedico tanto spazio perchè era solo un antipasto.

Giusto il tempo di tornare in albergo, farsi una doccia, e uscire a bere un aperitivo rinfrescante e analcolico (già, per forza) dopo una giornata così tosta (ancora lontana dall’essere finita) che ci rimettiamo in marcia per vedere Petra by night. Si perchè il programma prevede di vedere uno spettacolo tradizionale a petra di notte che promette grandi emozioni, per poi vedere petra, con la guida il giorno dopo.

Qui inizia a diventare difficile raccontare le sensazioni. Come è difficile far capire la maestosità di queste opere dalle foto — dal vivo sono un’altra cosa, un’altra dimensione. Le immagini non rendono giustizia alla scala, alla presenza fisica di quella roccia scolpita duemila anni fa. Anche perché avevo deciso di partire leggero e tutto quello che vedete è frutto del mio iPhone, con i suoi limiti soprattutto in queste situazioni.

E di notte, a lume di candela, il tutto ha un sapore diverso. Più intenso. Più vero, forse. Le migliaia di fiammelle disegnano un percorso nel buio del Siq, quel corridoio stretto tra pareti alte cinquanta metri che ti porta verso il Tesoro. Cammini in silenzio, perché non c’è niente da dire. E quando finalmente arrivi, quando quella facciata immensa appare davanti a te illuminata solo dalle candele, con le melodie beduine che risuonano nella pietra e le stelle che brillano sopra una delle sette meraviglie del mondo, qualcosa si sposta.

Guardo i miei compagni di avventura — persone che conosco da pochi giorni, quasi sconosciuti — e realizzo quanto sia piccolo tutto quello da cui sono scappato venendo qui. Di fronte a questa bellezza, di fronte alla capacità umana di creare qualcosa di eterno, tutto il resto si ridimensiona. E capisci che sei in un posto assurdo, ma sei nel posto giusto. Esattamente dove dovevi essere in quel preciso momento della tua vita.

Si ritorna verso la città, di nuovo a piedi nel buio. Il Siq al contrario, le candele che tremolano, il silenzio rotto solo dal rumore dei passi sulla pietra. Ennesima cena tradizionale in un ristorante molto bello, al sapore di hummus — che devo ammettere, qui è buonissima, niente a che vedere con quella roba del supermercato che compri convinto di essere salutista. È stata una giornata lunga, lunghissima. Si va a dormire che domani ci aspetta di nuovo Petra. Quella vera, quella completa.

Petra: tour della città da togliere il fiato

Si parte presto, perché Petra non è una passeggiata al parco — è un sito archeologico grande quanto una città, con chilometri di cammino sotto il sole giordano. Questa volta entriamo di giorno, con la luce che filtra dall’alto del Siq e illumina le pareti di roccia rosa e arancione. È lo stesso percorso della sera prima, ma completamente diverso: i colori esplodono, le venature della pietra sono nitide, e capisci davvero quanto sia stretto quel canyon, quanto siano alte quelle pareti che ti sovrastano.

Cammini, aspetti, e sai che sta per arrivare. Lo hai già visto ieri sera, ma non importa: l’attesa è la stessa. E poi, improvvisamente, tra una curva e l’altra del Siq, appare di nuovo: il Tesoro. Solo che questa volta è illuminato dal sole, ed è ancora più imponente. Ancora più assurdo.

Il Tesoro è solo l’inizio. Petra si estende per chilometri: attraversi la Street of Facades con decine di tombe scavate nella roccia, arrivi al Teatro Romano che poteva contenere ottomila persone, poi continui a salire. E sali, sali, sali — scalini irregolari scavati nella pietra, sentieri polverosi che si arrampicano su per le montagne, il sole che picchia nonostante sia primavera.

Poi scendiamo dall’altra parte e ci ritroviamo davanti ad altri monumenti colossali scavati nella roccia — facciate imponenti che ti fanno chiedere come cazzo abbiano fatto, duemila anni fa, senza una gru. Nella roccia. Senza romperla.

La giornata si conclude con una cena tradizionale seduti sul pavimento in una casa tipica giordana. Niente sedie, niente tavoli — solo cuscini, tappeti e piatti fumanti che arrivano uno dopo l’altro mentre cerchi di trovare una posizione comoda che non ti faccia sembrare un turista con le articolazioni arrugginite. Il cibo è ottimo, l’atmosfera calda e accogliente, e ti rendi conto che è esattamente il tipo di esperienza che non trovi su TripAdvisor. Altra esperienza che mette il punto a una giornata difficile da dimenticare.

I colori e la notte in tenda nel deserto del Wadi Rum

Si riprende il pullmino e ci si allontana da Petra, con un po’ di malinconia ma nemmeno troppa perché di fatto la meta del giorno è altrettanto eccitante. Si va nel deserto del Wadi Rum, e stavolta si cambia mezzo: 4×4 che sfrecciano sulla sabbia rossa sollevando nuvole di polvere degne di Mad Max.

Il giro in pickup è divertente — dune infinite, formazioni rocciose che sembrano scolpite da qualche artista cosmico, il vento caldo che ti schiaffa in faccia mentre ti aggrappi al rollbar sperando che l’autista beduino conosca davvero la strada. Le scalate alle dune di sabbia che sembrano facili finché non ci provi e realizzi che la sabbia cede sotto ogni passo, trasformando una passeggiata in un allenamento cardio involontario.

E poi l’arrivo all’accampamento dove avremmo passato la notte. In mezzo al deserto. Nel buio totale, quello vero — niente lampioni, niente inquinamento luminoso. Non ho foto di quel momento perchè sarebbero state inutili, ma ho dei bei ricordi.

Il Mar Rosso e le sue acque cristalline

Dopo la notte in tenda si riprende il pickup e si ritorna al nostro fedele pulmino per andare verso il Mar Rosso. Il Mar Rosso non è una novità per me, ci sono già stato due volte ma dall’Egitto, molto diverso da dove siamo ora. È strano: due giorni fa eravamo a Petra, abbiamo appena dormito in tenda nel deserto e ora ci dirigiamo sul mare. Perché ci aspetta una barca per fare le immersioni.

In chiamata con Casa, mentre vedo il nuovo arrivato in famiglia (Oslo) per la prima volta

La Giordania, ma in generale questo viaggio, è questo: un concentrato di ambienti ed esperienze diverse che rafforzano ulteriormente i legami tra di noi, nonché l’idea di essere in viaggio da una vita e di conoscere tutti da sempre. Canyon, città romane, deserti, mari — ogni giorno qualcosa di completamente diverso dal precedente, ogni tappa un nuovo tassello che si aggiunge alla storia collettiva che stiamo costruendo senza nemmeno rendercene conto.

Funziona, più di quanto pensassi. Molto più. Quella sensazione strana di intimità accelerata. Forse è l’intensità delle esperienze, forse è la condivisione forzata degli spazi, forse è semplicemente il fatto che quando sei lontano da casa le maschere cadono più in fretta. Non lo so. Ma funziona.

Rientrati dalla barca andiamo in una spiaggia attrezzata di un resort lussuoso. È strano dopo tutti questi giorni di nulla, finire in un posto così — lettini ordinati, ombrelloni perfetti, camerieri che ti portano cocktail con l’ombrellino. E c’è anche l’alcol, finalmente. Relax, per la prima volta da quando siamo partiti. Ci voleva, ma non mi mancava devo dire… l’adrenalina costante del viaggio è una droga migliore.

Scambiamo anche due chiacchiere con dei ragazzi giordani incuriositi dalla nostra presenza: come mai degli italiani siano proprio qui nel loro paese, in visita, invece che alle Maldive o in qualche posto più instagrammabile. Sono genuinamente contenti che siamo qui, nel loro paese, a vedere la Giordania vera e non solo le cartoline turistiche. E parte subito un Italia-Giordania a beach volley, perché evidentemente lo sport è l’unica lingua universale che funziona davvero. Perdiamo malissimo, ma almeno ci divertiamo.

Andiamo a dormire nel nostro albergo di Aqaba e dalla finestra uno strano incrocio geografico: noi in Giordania, di fronte a noi la ricchezza di Israele a pochi chilometri con i suoi grattacieli illuminati che brillano nella notte, e dall’altra parte l’Egitto. Tre paesi completamente diversi — per economia, politica, storia — divisi solo da un confine. Sono vicinissimi, eppure sono mondi separati. È una di quelle visioni che ti fa pensare a quanto siano arbitrarie le linee sulla mappa, e a quanto siano reali le conseguenze di quelle linee.

La città di Amman tra la città vecchia e Jebel Amman

Il nostro pulmino si rimette in moto per l’ultima volta, verso Amman, la capitale da dove tutto è iniziato ma che non abbiamo ancora visitato, per assurdo. Ma prima ci fermiamo a metà strada, per fare un giro nel deserto con i buggy. Un’esperienza divertente, adrenalinica e completamente inutile — che ci riempie di sabbia in posti dove non sapevi potesse arrivare la sabbia, ma anche di sorrisi idioti mentre sgommiamo tra le dune come adolescenti con la patente fresca.

Scendiamo giusto il tempo di una foto, nel silenzio totale del deserto. Non si vede una costruzione o un’anima viva in nessuna direzione — solo sabbia, rocce e orizzonte. È bellissimo, quasi ipnotico. Speriamo però che il buggy riparta, perché morire di sete nel deserto giordano non era esattamente nel programma del tour.

Arriviamo ad Amman, breve giro della città — moschea, mercati, quella confusione organizzata che solo le capitali mediorientali sanno fare — e poi un corso di cucina locale a casa di una signora molto gentile che ci accoglie come se fossimo nipoti. Impastiamo, mescoliamo, bruciamo qualcosa, ridiamo troppo. Ceniamo poi con il nostro stesso cibo. Ci fanno anche scrivere in arabo il nostro nome — calligrafia incomprensibile, risultato discutibile, ma il gesto resta.

Una giornata meno avventurosa delle altre, più tranquilla, quasi domestica. Ma è la giusta conclusione di un viaggio in cui ormai siamo tutti amici. Non più sconosciuti su un pullmino, ma persone che si conoscono davvero — o almeno così sembra, dopo undici giorni in cui hai condiviso tutto: le risate, la stanchezza, le albe, i tramonti, le notti, le tende nel deserto.

E infine, visto che è l’ultima sera, serata in discoteca. Saliamo su un taxi a caso (che probabilmente non era un taxi) e il tipo ci porta in un posto a caso, lontano dal centro.

Beviamo, ci divertiamo, balliamo male. Facciamo chiusura e il DJ, evidentemente conquistato dal nostro entusiasmo, mi consente di mettere l’ultimo pezzo. Metto “Sere nere” di Tiziano Ferro. In una discoteca ad Amman. L’ultima sera di un viaggio in Giordania.

Ed è un successone. La gente non capisce una parola, ma canta lo stesso. Noi urliamo il ritornello come se fossimo a un matrimonio in Brianza. È assurdo, fuori luogo, perfetto. Esattamente il tipo di finale che questo viaggio meritava.


Si va a dormire. Circa. Il giorno dopo iniziano i primi saluti — arriviamo tutti da posti dell’Italia diversi, quindi anche gli aerei sono diversi. Iniziano le prime lacrime commosse, sintomo del fatto che le cose hanno funzionato come dovevano funzionare. Ci promettiamo di rivederci e in effetti così sarà nei mesi successivi.

Salgo sull’aereo, metto le AirPods, ormai è sera. L’aereo sorvola Amman illuminata, di nuovo. Sono sempre io, ma c’è qualcosa di diverso rispetto all’andata. Erano anni che non avevo un nodo alla gola mentre prendevo un aereo. Un po’ per il posto, ma soprattutto per le persone.

È una sensazione brutta, quella ma anche una sensazione che mi mancava.
E mentre Amman scompare sotto le nuvole, realizzo che forse quel mio amico, in macchina con me mesi fa, aveva ragione. A volte devi andare lontano per ritrovarti. O almeno per ricordarti che sei ancora capace di sentire.

Non so se sono tornato “sistemato” o “a posto” — probabilmente no, e forse non è nemmeno quello il punto. Ma so che sono tornato diverso. Con la sabbia ancora nelle scarpe e la certezza che a volte scappare è esattamente quello che serve per tornare.

Ah, benvenuto Oslo: